I voucher sono stati aboliti, il Governo Gentiloni ha così evitato un referendum spinoso fortemente voluto dalla CGIL. Il più grande sindacato italiano chiedeva a gran voce l’abrogazione delle disposizioni sul lavoro accessorio contenute nel Jobs act definendole “strumenti malati” per poi scoprire di essere lui stesso un grande utilizzatore sul territorio di questo strumento malato. Come già successo in passato, si scontra col fatto di essere una grande organizzazione dove, però, la mano destra non sa cosa fa quella sinistra. Questo strumento, creato come sistema di pagamento per il lavoro occasionale di tipo accessorio per cercare di regolarizzare le piccoli mansioni spesso pagate “in nero”, è stato accusato di essere una forma di ricatto per il lavoratore obbligato ad accettare impieghi barattati al ribasso e azzerando i propri diritti con una risibile contribuzione ai fini previdenziali. Un’analisi che riteniamo molto approssimativa, infine, bollava i voucher come un abuso legale che determinava una sommersione, anziché un’emersione, del lavoro nero e irregolare.

Alla luce di ciò, il nostro Governo con un abile colpo di spugna li ha cancellati come si cancella una macchia sul tavolo rinunciando, però, anche a uno strumento utile per sostenere quei lavoratori più deboli, quelli che oggi vivono di lavoro occasionale e che, alla pari di molti altri, hanno diritto a tutele e garanzie.

L’8 febbraio scorso il professor Tito Boeri, presidente dell’Inps, ha presentato i dati più recenti su usi e abusi dei voucher. Il loro utilizzo è cominciato nel lontano 2008 con il governo Prodi, inizialmente solo per i lavoratori agricoli occasionali (soprattutto nei periodi della raccolta) e progressivamente liberalizzato dai governi Monti e Letta. Nelle intenzioni del legislatore, la regolamentazione del voucher mirava a combattere il lavoro nero e a garantire ai lavoratori occasionali una protezione assicurativa e i contributi pensionistici. Il Jobs act di Renzi ha infine introdotto alcuni cambiamenti, vietandone l’uso negli appalti, aumentando il massimale a 7mila euro e introducendo la tracciabilità dei flussi.

Alla luce dei dati rileviamo che “l’abnorme utilizzo” di cui sono stati accusati riguarda, comunque, al massimo il 3 per mille del monte ore lavorativo italiano. Di più, i voucher sono stati spesso accusati di istituzionalizzare la precarizzazione; in realtà i percettori non-studenti che hanno i voucher come unica fonte di reddito da un solo committente rappresentano solo il 12 per cento del totale, ma il fatto che l’utilizzo in agricoltura e servizi alla persona (motivo per cui sono nati) ammonti solo al 6 per cento del totale indica chiaramente che sono una soluzione appetibile in molti più settori del previsto. D’altra parte segnaliamo che l’età media dei lavoratori pagati con i voucher è diminuita, mostrando come siano i giovani i più coinvolti da questo tipo di lavoro precario; per loro i voucher rappresentano comunque un miglioramento rispetto al lavoro “nero”, ancora oggi una piaga che coinvolge un giovane italiano su tre (fonte Eurispes – 2015).

Una critica molto forte indicava che i buoni lavoro sono inefficaci nel combattere il lavoro sommerso. Questo era plausibile prima della tracciabilità introdotta dal Jobs act, in quanto il vuoto normativo che non obbligava il datore di lavoro a dichiarare preventivamente l’orario della prestazione, forniva la possibilità a persone poco oneste di tenere il titolo di pagamento “in bianco”, pronto per essere utilizzato solo in caso di controlli.

Successivamente alla correzione introdotta questa pratica scorretta è diminuita, ipotesi nostra confermata dal dato che il numero di voucher acquistati in regime di tracciabilità sembrava destinato a stabilizzarsi, con tasso di crescita tendenziale sempre più vicino allo zero. In questi anni, inoltre, il ricorso al lavoro accessorio è stato per lo più orizzontale, con un allargamento della platea degli utilizzatori ma una media costante di circa sessanta voucher a persona (corrispondenti a circa 450 euro netti all’anno).

Per quasi un decennio i buoni lavoro sono risultati essere spesso la sola alternativa al lavoro irregolare, permettendo ai percettori (spesso identificati come soggetti socialmente ed economicamente vulnerabili) di accumulare contributi previdenziali. L’87 per cento dei percettori di voucher sono lavoratrici part-time, studenti, pensionati e disoccupati, mentre solo nel 13 per cento dei casi sono lavoratori a tempo pieno che utilizzano i voucher per crearsi un secondo lavoro. Abbiamo notato una correlazione tra voucher e lavoro discontinuo o a orario ridotto, appunto lavoro accessorio, integrando i redditi di soggetti al margine e, solo in rare occasioni, come ponte a contratti di lavoro più stabile.

Prevedere una forma legale per regolamentare i lavori occasionalmente ricorrenti è una necessità ed eliminare i voucher riteniamo sia stata una mossa errata e avventata. Se i voucher non sono la risposta alla certezza di un pagamento retributivo, assicurativo e contributivo di un lavoro occasionale ed accessorio, qualcosa di simile dovrà prenderne il posto.

Per cercare di fermare una eventuale fionda mediatica di un nuovo referendum si è tolto l’unico strumento di pagamento regolare alle migliaia di studenti, assistenti familiari, braccianti agricoli, hostess di eventi, pensionati a basso reddito, disoccupati in genere, che hanno oggi, come unica alternativa, quello di accettare un lavoro di qualche giornata pagato “a nero”, forse, senza tutele.

Crediamo che i margini di miglioramento dello strumento siano molti, analizzando le problematiche e gradualmente intervenendo per limare gli eventuali difetti, come era stato fatto ad esempio con l’introduzione della tracciabilità. Anche se finora i buoni lavoro hanno avuto effetti modesti, restano a nostro avviso uno strumento utile a combattere il lavoro nero e a incentivare una maggiore integrazione dei lavoratori più vulnerabili, regolamentando quei lavori accessori utili e necessari in famiglie, aziende agricole e micro imprese.

L’unica ragione per cui il Governo abbia voluto disfarsene totalmente sembra essere conservare il capitale politico per battaglie di maggiore entità, ancora una volta, però, a discapito delle fasce più deboli e meno protette della popolazione.

Giuliano Palotto